UN PO' DI STORIA
Il rapporto fra
l'uomo e
il gatto comincia sicuramente più
tardi di quello col cane, infatti risale a quando l'uomo diventò agricoltore
(12.000-6000 a.c.) e cominciò ad
ammmassare grandi quantità di granaglie, lì dove vi erano
cereali immagazzinati,vi erano
topi e gli uomini fecero presto ad accorgersi dell'utilità dei
gatti come guardiani di casa e
cacciatori di animali nocivi.

Dal punto di vista
mitologico religioso il rapporto
uomo/gatto ha sempre avuto un sottile legame
esoterico. È assai probabile, infatti, che il gatto sia stato
adorato prima che addomesticato.
In Egitto, era venerata una
divinità femminile chiamata
Bastet, con il corpo di donna e la testa di gatto, simbolo della
vita della fecondità e della maturità.
Anche in
oriente troviamo simili divinizzazioni: in
India per esempio troviamo la
dea Sasti, una divinità
felina anch’essa simbolo di fertilità e maternità. Nell’antico Egitto il gatto era ritenuto un animale
sacro e
divino infatti quando morivano, venivano
imbalsamati e sepolti con ogni onore.
Maometto stesso possedeva un gatto: una stupenda femmina di nome
MUEZZA; si narra che un giorno essa sonnecchiasse accanto al profeta ed egli dovendosi alzare preferì tagliare un lembo della sua
“gellaba” sulla quale era sdraiato l’animale piuttosto che svegliarlo.
Tra i primi acquirenti ci furono i
Greci che non lo considerarono subito
animale da utilità poiché per la caccia ai topi, soprattutto nelle navi da trasporto delle derrate alimentari,
usavano le piccole e fameliche donnole.
Ben presto capirono
che il gatto, in questo utilizzo, poteva essere più adatto visto che le
donnole oltre ai topi cacciavano anche gli animali da cortile mentre
il gatto li rispettava.
Da questo momento in poi e'
giusto osservare che, mentre nei reperti archeologici sia in pietra che in bronzo, sono
raffigurati numerosi tipi di animali, dai leoni ai bovini, dai cavalli ai volatili e ai cani, con abbondanza di particolari,
il gatto compare rarissime volte.
Perché? una ragione, la più attendibile, che era un
animale nuovo e non abbondante. I greci erano usi rappresentare nel marmo gli
dei, sé stessi e tutti gli animali che per loro avevano un significato; il gatto non e'mai stato preso in considerazione ad eccezione di un bassorilievo della battaglia di
Maratona del
V secolo a.c. dove lo vediamo nell'atto di affrontare un cane.
Dobbiamo prendere atto che
l'amore per il gatto nell'antica Grecia era solo favolistico ed estetico, letterario ed inoltre a quel tempo, diversamente che in
Egitto, in
Grecia e nei paesi mediterranei non esistevano problemi di
topi visto che le zone d'agricoltura cerealicole dove esso prolifica, erano quasi assenti per cui il
greco non si interessa più di quel tanto poiché non esisteva la necessità per farlo. L'economia
greca era di tipo pastorale perciò dei
gatti se ne poteva fare benissimo a meno.
Viene comunque
citato negli scritti di Erodoto, Aristofane e di Callimaco. Se la
Grecia e' stata la prima ad importarlo dall'
Egitto,
Roma lo conobbe molto più tardi anche se in
Etruria esistevano già testimonianze in pietra di questo
felino. Plinio lo descrive nelle sue
"Storie Naturali". Negli scavi di
Ercolano e Pompei si sono trovati resti di ogni genere di animale
ma non del gatto e sì che
Pompei era una grande città in epoca romana, visitata sia da
greci da
egizie da
ebrei.
L'ipotesi più attendibile che i
gatti fuggirono alle prime avvisaglie del terremoto, mettendosi in salvo. Di certo esistevano, lo testimonia
il mosaico ritrovato dove raffigurato un
gatto mentre afferra un volatile. Anche in questo periodo quindi il
gatto e' poco interessante per l'uomo che lo conosce ben poco. I
Romani in un animale ammiravano
l'aggressività e la grossa mole, simboli di
potenza e a tale proposito per i
ludi Circensis importavano dall'
Africa solo fiere di grossa taglia; il gatto era
si' un felino, vincitore sui topi e su altri piccoli animali ma aveva anche
un carattere troppo indipendente e per loro era difficile accostarvisi con amore.
Nelle loro conquiste però
li portavano con se' e cio' ha contribuito moltissimo alla sua diffusione in tutta
l'Europa che tra l'altro incominciava ad apprezzarlo per la sua utilità visto che l'agricoltura prendeva sempre più piede.
Troviamo di lui testimonianze in
Francia, in Germania, in Spagna ed in tutti quei luoghi dove esistevano i
presidi romani che giunsero sino in
Britannia, al vallo Adriano ai confini della
Scozia.
Nel
10 avanti Cristo l'imperatore romano
Ottaviano Augusto mentre detta ai suoi liberti le sue memorie
parla della sua gatta e dice
" La mia gatta dal pelo lungo e dagli occhi gialli, la più intima amica della mia vecchiaia, il cui amore per me sgombro da pensieri possessivi, che non accetta obblighi più del dovuto............ mia pari così come pari agli dei, non mi teme e non se la prende con me, non mi chiede più di quello che sono felice di dare........Com'e' delicata e raffinata la sua bellezza, com'e' nobile e indipendente il suo spirito; come straordinaria la sua abilità di combinare la libertà con una dipendenza restrittiva". Seppure molto importante questa e'
una rarissima manifestazione di benevolenza verso il gatto che ci dato conoscere nel periodo romano. Per il resto,
dal primo secolo d.C. in avanti si assiste ad una graduale ma lentissima espansione in tutta
Europa di questo animale soprattutto per la sua utilità.
Con l'evento del primo
cristianesimo sino
all'VIII secolo nasce una mania di ordine specialmente religiosa che
divide gli animali in benefici e malefici; un nuovo tipo di spiritualità che tende a separare categoricamente il mondo animale in
buono o cattivo: buoni sono la colomba, il cavallo, il cane, l'asino; il loro contrario,
simbolo del male, sono il serpente, il topo, il gatto.
Nelle prime
chiese romaniche e poi in quelle
gotiche vengono rappresentati gli
animali celesti e tra questi
non vi e' gatto poiché ha un comportamento così poco comunicativo e tanto indipendente, nel
buio della notte i suoi occhi divengono
due faville uscite dalle fiamme dell'inferno, e quel suo apparire e scomparire
avvolto nel mistero silenziosamente lo avevano relegato al rango di una
manifestazione del maligno se non la sua stessa incarnazione.
Dall'
VIII secolo sino al
1300 e' stato l'animale più chiacchierato e perseguitato; veniva
annegato, bruciato, inchiodato vivo sui portali dei castelli e delle case, la sua utilità messa in discussione e negata perché
rappresentava il demonio.
La
notte di San Giovanni venivano
arsi vivi nelle pubbliche piazze di ogni città,
centinaia di gatti chiusi in ceste di paglia.
Tutto ciò accadeva in
tutta l'Europa che si riconosceva nel
cristianesimo.
La chiesa a quei tempi, in assenza di veri messaggi religiosi ripiegava su
simboli dogmatici, per dare delle risposte.
San Francesco, uno dei più grandi Santi che annovera la chiesa, agì in contrapposizione
rivalutando il creato e gli animali viventi senza distinzione, ma rimase un caso isolato.
L'accanimento religioso per ogni forma di trasgressione su simboli già codificati inasprì ancor più la
persecuzione sui gatti e su coloro che li avvicinavano; chi pagò a caro prezzo fu la donna che per la sua sensibilità femminile era la più ben disposta verso questo
piccolo felino che le faceva compagnia davanti al focolare domestico.
Era facilissimo essere bollate come streghe e come tali prima torturate, poi bruciate vive ed una
vera strega era soprattutto sempre associata ad
un gatto dal mantello nero. La persecuzione dei due
si protrae per secoli e qui
inutile ricercare nelle
pietre o negli affreschi murali l'immagine del gatto ad eccezione di disegni di cronaca raffiguranti
donna e gatto sotto tortura o al rogo.
Assommare tutte le
esecuzioni di streghe e gatti in Europa e' davvero
impressionante, una
vera strage.
Ma la quasi completa scomparsa dal territorio del gatto causò
una incredibile proliferazione di ratti, soprattutto nelle grandi città,
snaturando un equilibrio ecologico e
causando epidemie di peste con le loro
pulci di cui i ratti erano portatori, favorite anche dalle scarse regole igieniche di quei tempi. La peste era il
castigo divino che l'uomo si meritava per il
suo cattivo comportamento; tutte giustificazioni addotte da
menti fragili ed irrazionali, tipico dei periodi storici in cui l'uomo raggiunge
il fanatismo religioso associato all'ignoranza e all'intransigenza, senza più freno.
Nelle cattedrali
gotiche, in contrapposizione alle raffigurazioni di animali in pietra che hanno un che di barbaro per la nostra sensibilità, emergono le
alte guglie che ci suggeriscono per fortuna l'avvicinarsi e il prorompere di una vera e nuova spiritualità. Nel
1800 il gatto
divenne popolare anche per merito della ricerca scientifica applicata alla medicina, la quale nello studio degli
“animali portatori di malattie” ritenne di
escludervi il gatto. Ecco che il gatto venne così accolto anche nei
salotti più esclusivi.

Nella
grande opera che raccoglie i miti e i riti popolari di tutto il mondo,
Il ramo d'oro,
James Frazer elenca i modi di
uccidere il gatto dopo la mietitura per assicurare un buon raccolto l'anno successivo. In
Danimarca vigeva l'usanza di
seppellire i gatti sotto la soglia di casa per assicurarne la solidità. Gatti disseccati sono stati trovati nelle
intercapedini di una casa del '600 a Parigi, rue Mouffetard; ma
gatti vivi sono stati murati anche sotto
la torre di Londra e sotto la Christ Church.
Il gatto è sacrificato ancor oggi nelle
cerimonie nuziali in Polonia e
Transilvania. Ma il
sacrificio rituale dei
gatti ha una lunga storia:
racconta Frazer che nelle
Ardenne il villaggio intero soleva danzare e cantare intorno ai falò accesi la prima domenica di quaresima. L'ultima
persona sposata, uomo o donna, doveva accendere
il fuoco: "L'uso è ancora comune in quella regione (Frazer scrive all'inizio del '900) e sul fuoco si bruciavano i gatti o si arrostivano vivi tenendoli sopra le fiamme; mentre ardevano, i pastori cacciavano le loro greggi in mezzo al fumo e alle fiamme come mezzo sicuro per preservarle da malattie e incantesimi".
Il rogo dei
gatti era rituale a quaresima e
nei fuochi di San Giovanni.
Nel
mercoledì di mezza quaresima, a
Metz, dal
1344 (e fino al 1777) si
bruciavano ritualmente
tredici gatti racchiusi in una gabbia di ferro.

A
Parigi, per la festa di
san Giovanni, due dozzine di gatti erano bruciate ritualmente sulla
Place de Grève (quella dove si eseguivano le condanne a morte): poi il
popolo raccoglieva la
cenere dei gatti e la conservava a casa
come portafortuna. Dal
1471 alla cerimonia assistette
il re, il primo fu
Luigi XI, e nel
1648 il
Re Sole,
Luigi XIV, incoronato di
rose, e recandone in
mano un mazzo,
accese il falò dei gatti, gli ballò attorno e prese parte anche al banchetto nel municipio.
In
Belgio i gatti
non li bruciavano, ma
li gettavano dalle torri: a
Ypres era una festa rituale la
Kattestoet con
il lancio dei gatti dalla torre di
Korte-Meers: l'usanza fu
sospesa dai
calvinisti nel
1578; fu ripresa quando i
controriformisti cattolici di
Alessandro Farnese riconquistarono la città
(1590).
La rivoluzione francese, dopo il
1789, la abolì ancora una volta, ma con la
Restaurazione la festa fu reintrodotta nel
1847 (il lancio dei gatti era allora accompagnato da balli di gala).
Di nuovo interrotta con
le due guerre mondiali, l'usanza è stata ristabilita nel
1947, ma con
gatti di stoffa.
Che destino quello del gatto, che fra tutti gli animali domestici più ha subito alterne vicende nel corso della sua esistenza! Adorato nell'Antico Egitto, quasi ignorato nel periodo greco e romano, riprende ancora il ruolo di divinità, questa volta malefica e negativa, nel medioevo; associato nella quotidiana esistenza con l'uomo, influì non poco, come artefice inconsapevole, nella realtà religiosa e culturale dell'uomo. Resta comunque il fatto che l'uomo, nel tempo, gli ha sempre riservato o attribuito qualità, meriti o demeriti che vanno al di là di un normale animale domestico, forse proprio per quella indecifrabilità insita nel suo essere e nella sua personalità. E come dice Fernand Méry “Con i gatti non si sa bene dove finisce il “normale” e dove inizia il “paranormale”.
Fonte
http://figliedellaluna.forumcommunity.net/?t=689729